Sting e la Toscana – La Repubblica 12 maggio 2012

La natura di Sting: “Ascoltate la musica della campagna”

Così il cantante è stato sedotto dall’Italia: “Amo il paesaggio toscano e l’estetica della vostra terra. Vivere nel verde ti insegna a pensare”

di GIUSEPPE VIDETTI
L’ARIA E’ CALDA, tempo di infradito e abiti leggeri. Sting, barba lunga e capelli in disordine, ha lasciato in camerino il guardaroba che usa per il tour, tutto Balmain e Ann Demeulemeester, e indossa una t-shirt su un pantalone in jersey con coulisse di James Perse. Al Palagio – la villa con 300 ettari di bosco e terreno agricolo a Figline Valdarno che ha acquistato nel 1997 per sette miliardi di vecchie lire da Simone Velluti Zati, duca di San Clemente – l’artista conduce una vita parallela. È il suo buen retiro, il luogo dove ha scritto alcune delle pagine più belle della carriera post-Police. Qui si è ritirato con il liutista Edin Karamazov per incidere l’album Songs from the Labyrinth, antiche canzoni del compositore John Dowland; qui, in un rigido e nevoso dicembre, ha visto la luce If on a winter’s night, il disco natalizio del 2009; qui, l’11 settembre del 2001, tenne un concerto per amici e pochi fan subito dopo aver appreso dell’attacco alle torri.

“La mia love story con l’Italia è iniziata molto prima del Palagio”, racconta Sting, che ha compiuto 60 anni lo scorso ottobre. “Già nel 1990 avevamo una casa nella frazione di Migliarino, in provincia di Pisa, dove è nata mia figlia Coco. Fui sedotto dal cibo, dalle donne, dal paesaggio, da Puccini (ecco perché ha chiamato Giacomo il più giovane dei suoi figli) e Corelli. Mi piace l’estetica italiana, l’opposto esatto di quella inglese”. Sting ha case sparse in tutto il mondo, compreso un castello elisabettiano a Salisbury, nel Wiltshire, un cottage nel Lake District, a nord dell’Inghilterra, un appartamento a New York, una villa sulla spiaggia di Malibu, due appartamenti a Londra e diverse proprietà nei Caraibi; è uno dei dieci uomini più ricchi dell’industria musicale britannica con un capitale di oltre 200 milioni di euro. Il ruolo del castellano gli si addice quanto quello del contadino.

“Per la verità ero più bravo a fare il lattaio a Newcastle”, scherza. “Cerco di seguire il lavoro nei campi e di imparare, ma non è facile. Ho trascorso molto tempo al Palagio negli ultimi dieci anni con mia moglie e i nostri quattro figli, più che in qualsiasi altra delle mie residenze. È un posto che fa bene all’artista. Ci sono voluti vent’anni per trovarlo. Ci ha sedotto per la sua semplicità, una villa con piccole stanze, dove ci siamo sentiti subito a casa. Gli unici lussi che ci siamo concessi sono una piscina, una foresteria e uno studio di registrazione, per il resto abbiamo lasciato tutto com’era”. Tornerà a suonare in Italia a luglio; quattro le date del Back to Bass Tour: il 10 a Padova, il 12 a Molfetta, il 13 a Taormina e il 15 a Perugia. Poi ancora qualche concerto in Europa e ad agosto sarà al Palagio per tutto il mese. “Mi godo il silenzio”, dice scrutando la vallata. “Porto a spasso i cani – io ne ho uno, mia moglie Trudie dieci – coltivo ortaggi, cammino nel bosco per ore, a volte non rientro neanche per pranzo. Mi piace osservare la routine stagionale dei contadini. Io non so fare molto, ma mi piace raccogliere le olive. Lo considero molto terapeutico, richiede pazienza, costanza; è la cosa più utile alla mente che abbia imparato dopo la meditazione. Ho provato a vendemmiare, troppo faticoso, ci vogliono mani robuste, ho più di sessant’anni ormai…”.

Se non fosse rivelata in mille biografie, l’età di Sting sarebbe indefinibile. È magro e agile, tonico ma non esageratamente palestrato. Merito della disciplina, dello yoga, forse anche del sesso tantrico di cui ha esaltato le proprietà terapeutiche, ma soprattutto dell’alimentazione sana. Da Trudie e Sting si mangia sano e si mangia bene. Joe Sponzo, il cuoco del Connecticut che da quasi vent’anni è lo chef personale dei Sumner, il cognome di Sting, usa solo ingredienti provenienti da agricolture biologiche per preparare i piatti ispirati alla cucina regionale. In tavola salumi di cinta senese, formaggi dop, miele d’acacia, verdura dell’orto, vini – che portano il nome di celebri canzoni dell’ex Police: il Sister Moon (“prodotto seguendo i principi biodinamici”) o When We Dance (“un Chianti suadente”) – e olio fatto in casa; poca carne e niente dolci, a meno che non ci siano ospiti. I vicini parlano un gran bene dell’agricoltura biologica che la celebre coppia ha messo in moto (sulle bottiglie d’olio extravergine è bene in vista il marchio Sumner). “Abbiamo cominciato a vendere olio e vino, prima in Inghilterra, ora anche in America. Da quasi due anni tutti prodotti sono disponibili anche in un punto vendita interno”, conferma Sting.
Per celebrare l’attività solistica che ormai lo impegna da un quarto di secolo, Sting ha pubblicato il cofanetto antologico 25 Years: The Definitive Box Set Collection che contiene anche un app per iPad la cui realizzazione è costata un milione di dollari.

“Credo di aver fatto un buon lavoro”, riflette. “In attesa che la nuvola del digitale si dilegui e la musica torni in primo piano, mi è sembrata una buona idea indugiare sui classici. I Police mi hanno dato la celebrità, il privilegio che mi consente di fare quel che più mi piace. Ora, dopo il tour con l’orchestra sinfonica, sono tornato a suonare il basso con un piccolo gruppo, e nel frattempo sto reclutando il cast per una pièce teatrale a sfondo autobiografico. Spero che almeno la colonna sonora sia pronta per Natale. Sto facendo la stessa scelta di Dylan, un neverending tour, suonare, suonare, suonare. Ho tenuto circa quattromila concerti, mica scherzi… magari morirò sul palco. O magari di vecchiaia al Palagio. Se così sarà – tocco ferro – sarà un dolce morire”.

La Repubblica – (19 maggio 2012)

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